Conoscere e prevenire….

Stiamo preparando del materiale informativo da stampare e divulgare, di cui vi diamo subito un cenno: qui di seguito condividiamo la nostra brochure sui cuccioli e quella sullo stress…. è possibile stampare il materiale ma non modificarlo (sarebbe scorretto, non vi pare?) Per chiarimenti e approfondimenti, vi invitiamo a contattarci!

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Collare o pettorina?

Perché la pettorina è preferibile all’uso del solito collare?

L’etologia canina è arrivata alla conclusione che il collo del cane riveste un ruolo di fondamentale importanza nell’ambito del comportamento sociale.

Se mettiamo al nostro cane il tradizionale collare, ci troveremo immediatamente in una situazione di precarietà: il cane percepisce, infatti, ogni tiro e strattone come gesto di estrema minaccia.

I cani usano la presa al collo per procurarsi il serio rispetto dei loro simili. Noi umani usiamo lo strattone al collo col guinzaglio in modo inconsapevole e spesso anche come provvedimento educativo, vale a dire come rinforzo negativo. Il cane però non riesce a capire il significato di questo gesto, perché i cani tra loro non si educano alla condotta del guinzaglio. Con ogni tiro e strattone al collo il cane si pone la domanda del rispetto, che però rimane senza risposta, dato che noi umani non ci rendiamo neanche conto dell’effetto sociale di questo provvedimento per il cane. A questi nostri strattoni bruschi il cane reagisce in maniera tipica “da cane”: o impara col tempo ad ignorare il tiro al collo e a tirare sempre di più diventando quindi aggressivo, oppure ne rimane così impressionato e spaventato che pur di non provare questa spiacevole sensazione al collo, è restio ad andare in avanti. Questi impulsi vengono resi ancora più negativi e nocivi con l’uso di collari a strozzo, con aculei, muniti di elettroshock, ecc.

Il collo può essere definito come una specie di “ricevitore”, una zona estremamente sensibile che recepisce gli impulsi sociali. Fortunatamente esiste la possibilità di salvaguardare il collo del cane, grazie all’aiuto di una pettorina. Questa evita gli effetti negativi procurati da un collare tradizionale ed a risparmiare al cane veri e propri malintesi sociali. Inoltre grazie alla pettorina si evitano danni alla salute del cane, soprattutto i danni fisici al collo ed alla colonna vertebrale, causati molto spesso dal continuo strozzare e strattonare il collo del cane.

La pettorina deve poter essere adattata al fisico del cane, cioè regolabile in grandezza, ed avere una cinghia superiore – sulla schiena – ed una inferiore – sul petto. (In commercio ne esistono di vari tipi, anche di quelle che stringono le scapole se il cane entra in tiro => sconsigliate ! => rischio di danni fisici!).

Solo la giusta pettorina non risolve completamente il problema del cane che tira al guinzaglio. Sarà anche il compito di noi conduttori ad abituare il cane fin da cucciolo a non tirare, per non dover poi faticare tanto a togliere questa brutta abitudine al cane adulto. Ed infine da non dimenticare: l’amore, la pazienza ed in particolar modo la coerenza.

I vantaggi della pettorina:

1. Non strozza

2. Non strattona

3. Rafforza positivamente il rapporto tra   cane e conduttore

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Scritto da Gudrun Feltmann v.-Schroeder su www.welpentraining.de e tradotto dal tedesco da Anja Demetz.

Altre risorse utili:

Un video che spiega il perché di questa scelta e come far indossare la pettorina al cane:        http://www.youtube.com/watch?v=3cfNIo7pRwk&feature=player_embedded

Meticolosamente addestrato l’uomo può diventare il miglior amico del cane.(Ford)

Variazioni sul tema – II Parte

Nella prima parte dell’articolo ho parlato del concetto di “Empowerment” ed ho introdotto quello di “ascolto attivo”. Adesso proseguo inserendo altri elementi e sviluppando quelli citati.

Iniziamo con il concetto di “comprensione empatica”.

La comprensione empatica significa che l’educatore percepisce i sentimenti e i significati personali che il cliente sta esprimendo e provando e comunica questa comprensione al cliente.

A questo punto l’educatore potrà svolgere la sua funzione primaria, non presentando la soluzione e chiedendo al cliente approvazione, quanto conducendo il cliente in una condizione di partecipazione attiva al processo di conoscenza, chiarificazione e risoluzione. Si tratta, per l’educatore, di rilevare  e rendere riconoscibili e utilizzabili anche al cliente le risorse interne che, potenzialmente, esistono già nella persona e che necessitano di un ambiente facilitante per emergere e svilupparsi(processo d attualizzazione). A questo punto è interessante l’analogia con il concetto di “empowerment” di cui ho accennato all’inizio. Si può osservare che il processo di attualizzazione di Rogers coincide e rientra nella sua essenza in quello di “empowerment” o “impoteramento”, cioè “rendere potente” la persona di compiere un’azione una volta assunta la piena consapevolezza delle propie risorse, definito un obiettivo e costruito un percorso per conseguire l’obiettivo stesso.

Una persona, attraverso una relazione facilitante, ha accesso a delle risorse che esistono già al suo interno e possono manifestarsi: “Gli individui hanno in se stessi ampie risorse per auto-comprendersi e per modificare il loro concetto di sé, gli atteggiamenti di base e gli orientamenti comportamentali. Queste risorse possono emergere quando viene fornito un clima definibile di atteggiamenti psicologici facilitanti (Rogers, 1980)”

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Il mio intento sarebbe quello di trasporre questi concetti per formulare una ipotesi di intervento anche con il cane. Alla fine una delle differenze sostanziali del nostro approccio rispetto ad altri sta nel fatto che noi ci poniamo in una situazione di “ascolto” e “risposta coerente” rispetto al cane, cercando di costruire i presupposti utili affinché il cane “scelga” di compiere una certa azione, senza alcuna costrizione. In un certo senso si può parlare quindi di empowerment nel senso che noi lavoriamo affinché il cane desideri compiere una certa azione, scelga un’azione piuttosto che un’altra, laddove poi noi  rinforzeremo la sua scelta. Essendo una parte molto importante del suo contesto e del suo ambiente di vita. Nel momento in cui noi favoriamo singole azioni o comportamenti, attraverso il nostro rinforzo (o risposta ) stiamo rinforzando uno stato mentale, stiamo aiutando il cane a costruire delle convinzioni  e  ad attribuire significati specifici alle nostre azioni, oltre che ad attribuire specifici significati all’ambiente o al contesto. Quanto più sarà alto il livello di autoefficacia del cane, che è direttamente proporzionale al livello di coerenza e positività che gli offriamo, parlando sempre di cani che vivono al nostro fianco, tanto più egli sarà in grado di differenziare i propi comportamenti a seconda delle richieste ambientali,  mantenendo un diverso grado di elasticità mentale e comportamentale, quindi un diverso grado di adattamento ed equilibrio.

Ma il lavoro dell’educatore cinofilo non è quello di educare il cane come fosse una entità a sé stante rispetto al suo proprietario, almeno in questo contesto. Si tratta allora di definire, ricostruire un contesto entro cui sono inseriti cane e proprietario, rilevare e valutare la domanda di intervento sia dell’uno che dell’altro, quindi agire a soprattutto mettere il cane e il proprietario nelle condizioni di superare il problema, il disagio, il conflitto che stanno eventualmente vivendo.  Per fare questo, bisogna che entrambi arrivino a desiderare il cambiamento, a credere di poter attuare quel cambiamento, ad essere consapevoli delle risorse necessarie per farlo. L’uomo avrà chiaramente maggiori strumenti per fare queste operazioni, ma anche il cane dovrà essere messo nelle condizioni di sentirsi sufficientemente sicuro ed avere abbastanza fiducia nel suo essere umano di riferimento per seguire le sue indicazioni. Ebbene, la filosofia dell’empowerment si riferisce ad un processo che tende ad ampliare il ventaglio delle possibilità di scelta e rende “pensabili” e dunque potenzialmente realizzabili alcune trasformazioni di cui l’individuo può sentire l’esigenza. Letteralmente significa, come abbiamo visto, “rendere potente” cioè dare la sensazione di avere un maggiore controllo su quello che accade e stimolare l’individuo a realizzare cambiamenti. Questo significa che se il propietrario sarà sufficientemente motivato, consapevole delle propie risorse e supportato nel recupero di eventuali altre risorse da acquisire  e avrà chiaro un percorso da seguire con un obiettivo da raggiungere, ci sono buone probabilità che il training cinofilo avrà successo. Con questi presupposti sarà più facile aiutare anche il cane a mettersi in una condizione di apprendimento, aiutando anche l’animale a guadagnare un adeguato livello di autostima, di fiducia nel propio conduttore, con il desiderio di collaborare. L’obiettivo finale resta quello di rendere la relazione tra  cane e proprietario quanto migliore possibile, soddisfacente per entrambi ed eliminare eventuali situazioni di disagio.  L’intervento di training cinofilo alla fine non è poi così distante da un intervento orientativo nella sua funzione di supporto.

L’azione orientativa si concretizza nella funzione di monitoraggio o accompagnamento di un percorso metodologicamente corretto di autoanalisi, teso a favorire l’esplicitazione dell’immagine di sé (in termini di risorse, competenze, interessi) che l’individuo si è costruito nel corso della propria esperienza di vita e stimolare il confronto fra il punto di vista personale e quello espresso da altre fonti significative. Tale operazione è definita ricostruzione.

Durante un intervento di coaching cinofilo, una volta che l’educatore ha avuto modo di ricostruire la situazione, propone alla persona una operazione molto simile di autoanalisi, favorendo una migliore definizione della situazione, così da consentire al cliente di comprendere il significato di ciò che accade e iniziare a individuare la soluzione.

Durante il processo di consulenza orientativa segue l’operazione di stimolo a mettersi in discussione e confronto con altri significativi, che  attiene l’obiettivo definito come allargamento. Durante l’intervento di coaching cinofilo accade che l’educatore propone al cliente di riflettere sull’evoluzione della situazione che ha necessitato l’intervento dell’educatore, per comprenderne la logica, la provenienza e la possibile risoluzione. Il confronto in questo caso può avvenire con l’educatore, con un contesto di riferimento che in qualche modo influenza la convivenza e la gestione del cane.  Questa fase rispetto al cane può essere considerata come quella in cui gli viene offerta la possibilità di scegliere un comportamento alternativo rispetto a quello abituale, oppure quando gli si offre la possibilità di esplorare un nuovo contesto o una socializzazione con cani sconosciuti. Molto bello quando cane e conduttore insieme esplorano qualcosa di nuovo, che sia un modo di interagire, una variazione di un comportamento o la scoperta in generale di qualcosa di nuovo.

La terza fase di un processo orientativo di sviluppo consiste nel potenziare la capacità di elaborare strategie di fronteggiamento, con  riferimento all’obiettivo definito come sviluppo di uno stile personale di coping. In sostanza si tratta di passare all’azione. Una volta analizzata la situazione, definito il problema, definita una soluzione e relative risorse necessarie per affrontare la situazione, si giunge al momento di agire. Il percorso non è rigido, anzi la flessibilità rappresenta sempre un elemento fondamentale, che non significa muoversi per prove ed errori senza una meta ma percorrendo un percorso ben definito, fermo restando la possibilità o la necessità di apportare cambiamenti per raggiungere l’obiettivo stabilito. La flessibilità include la capacità di riprendere le fasi precedenti di analisi e di essere in grado di scegliere ed applicare le necessarie risorse di cambiamento. Anche la modifica dell’obiettivo insiste sulla maturità e intelligenza della persona. Pu accadere che durante il percorso ci si rende conto che l’obiettivo da perseguire deve essere modificato e tale questione ce la si pone solo se si possiedono sufficienti capacità di autonalisi e valutazione del contesto generale.

Il concetto di empowerment mi piace moltissimo perché effettivamente è possibile favorire un cambiamento sostanziale che produce la costruzione di un progetto positivo e soddisfacente  laddove vi era sconforto e preoccupazione o avvilimento. Nel mentre che procedo con il mio percorso di educatore cinofilo, acquisendo le conoscenze e le competenze necessarie per  svolgere al meglio le  funzioni di supporto a cui aspiro, mi diverto talvolta ad operare dei confronti, delle analogie, delle riflessioni su argomenti che mi sono familiari rispetto a tutto ciò che sto esplorando e sperimentando nel mio percorso formativo.

Una delle cose che ho trovato più interessanti durante i moduli formativi in ThinkDog, sono stati i momenti di “scoperta”.  Ho scoperto che esistevano modi diversi di fare la stessa cosa, modi più corretti di fare altre cose e ho scoperto cose assolutamente nuove.  Il cane è un animale fantastico per tanti motivi, uno di questi è che è davvero un compagno ideale per fare scoperte e giochi insieme.  Ha una capacità e un desiderio di vivere con noi inesauribile. Se poi alla base c’è una buona conoscenza di quelle che sono le sue esigenze, bisogni e motivazioni, l’entusiasmo e il piacere sono assicurati.

Se avere un’anima significa essere in grado di provare amore, fedeltà e gratitudine, allora gli animali sono migliori di tanti esseri umani.

Oggi condivido alcune delle riflessioni che mi accompagnano in questo periodo. L’intento sarebbe quello di condividere le nostre esperienze durante le attività in cui siamo impegnate e magari offrire spunti di riflessione. Questa non è propiamente un’eccezione, se non per il fatto che il discorso va un po’ più in là rispetto alle linee prestabilite e perché parlo in prima persona piuttosto che in altra forma e in rappresentanza di tutto il gruppo, che ovviamente acconsente alla pubblicazione. data la lunghezza di tali riflessioni, ho pensato di suddividere i contenuti in due o anche tre articoli diversi, dicui questo è il primo.

Uno dei motivi per cui ho scelto ThinkDog con  il suo approccio consiste nell’aver e rilevato dei criteri e  principi teorico-metodologici a me noti, con una buona valenza scientifica e che mi hanno  affascinata per il fatto di poter essere rielaborati (e lo sono stati, proprio in Thinkdog) in chiave cinofila  . Non avrei mai seguito un percorso che non mi desse dei riferimenti abbastanza precisi e affidabili in base ai quali poter valutare la coerenza, la bontà, la serietà, dei temi su cui si lavora. Ho scelto di voler andare oltre  il pensiero che ad un cane basta un tetto e una ciotola e che in qualche modo deve essere una discarica delle nostre frustrazioni, dei nostri bisogni di affermazione e contenere le nostre insicurezze. Poche scelte nella mia vita credo siano state così azzeccate! Mi si è aperto un mondo, dove la relazione con il cane richiede l’impiego di molte risorse e accidenti,  ciò che è possibile avere o meglio, costruire, è davvero fantastico!  Intanto se non fosse per le colleghe che condividono con me questa avventura , loro che sono più avanti sia per esperienza che per formazione compiuta non sarei qui a divagare. Le “variazioni sul tema” che seguono sono il frutto di  riflessioni e pensieri che mi accompagnano da un po’ e l’esperienza che sto vivendo con dei cani svantaggiati  non fa che amplificare e darmi modo di approfondire certi pensieri. Questo per dire che il mio approccio sarà molto legato al contesto umano, che utilizzo per guardarmi intorno e che ciò di cui parlerò è condiviso dalle colleghe in linea di principio, ma non è certo esaustivo. Ho pensato però che forse può avere un valore in termini di spunti di riflessione, di elementi di confronto, in generale possibilità di avvicinarsi al mondo del cane attraverso quello dell’uomo, scoprendo che non è affatto così distante come talvolta si crede.

L’approccio cognitivo relazionale che utilizziamo per interagire e vivere con i cani consiste a mio avviso in una rielaborazione e poi in  uno sviluppo di un insieme di teorie e approcci sviluppati per lo studio e la conoscenza della natura umana, con particolare riferimento alla sfera psichica, comportamentale e sociale. Per certi versi le trasposizioni sono necessarie e le similitudini oggettive, laddove vi sono caratteristiche psico-fisiche comuni all’uomo e al cane, fermo restando tutte le possibili differenze di specie e tutto il rispetto verso le discipline rivolte a ciascuna  di loro.

Per me è stato utile e interessante andare a rintracciare una serie di elementi noti in diverse discipline attinenti soprattutto la psicologia cognitiva per ricostruire in qualche modo il modello elaborato e utilizzato in ThinkDog.  Si è potuto rilevare che esistono in generale numerose analogie tra la mente umana e quella del cane come quella di altri animali. Ormai è noto ai più che il cane (e gli altri animali) hanno facoltà cognitive, sono esseri senzienti che provano emozioni e sentimenti e hanno la capacità di accrescere le propie facoltà mantali. Questo non significa sovrapporre il cane all’uomo e umanizzarlo in qualche modo, quanto utilizzare le conoscenze acquisite per differenziare e riconoscere l’alterità animale, utilizzando le conoscenze attuali per svilupparne di nuove, muovendo da una prospettiva antropocentrica ad una zoocentrica. Come ho già scritto però  in questo caso rimarrò in una sorta di limbo dove mi muoverò dall’una all’altra sponda. Le discipline che si sono sviluppate nel corso degli anni non sono una mera trasposizione di costrutti noti in ambito umano ed applicato a quello cinofilo ma modelli, metodi e costrutti che condividono gli assunti di base rispetto soprattutto  alle scienze cognitive .  Queste discipline sono  l’etologia relazionale, l’etologia cognitiva, la zoo antropologia applicata, la pedagogia  e altre discipline che si occupano dello studio della natura animale sotto tutti i suoi aspetti e della relazione tra il mondo animale e quello umano.  L’assunto di partenza per cui è importante conoscere tali discipline e magari condividerne i principi ,è  che  riconoscendone la natura, i bisogni, le caratteristiche, sarà possibile e desiderabile rispettare gli animali , poter convivere con loro le esperienze e stabilire relazioni significative.

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Resta il fatto che può essere interessante e anche divertente provare ad indagare la dimensione animale utilizzando le conoscenze in ambito umano, che diventano una sorta di guida, di tracciato da cui ci si discosta opportunamente durante il percorso di osservazione, riflessione e studio, soprattutto in una fase di conoscenza in cui ci si muove alternativamente tra punti di vista differenti, lasciando che il riferimento all’uomo funga come una sorta di molo da cui man mano ci si allontana per prendere il mare aperto. Senza avere alcun interesse nel proporre nuove teorie o assumere dati oggettivi, mi accingo a percorrere una esplorazione attraverso alcuni concetti noti, un po’ come una persona che percorre un sentiero nuovo in un bosco, dopo aver delimitato un’area geografica, senza avere una meta precisa ma con la volontà di godere del paesaggio e che coglie aspetti  ignoti dal contesto.

Un costrutto chiave del discorso che vado ad esplorare è quello dell’Empowerment. Si tratta di un modello, una filosofia   a me cara che ho avuto modo di studiare ed implementare per diversi anni, in relazione alle attività di orientamento e formazione rivolte a diversi target di persone e oggi voglio provare a rielaborare,semplificandolo, questo costrutto e provare ad inserirlo in un contesto tra educatore, cane e proprietario.

Il contesto teorico-metodologico di riferimento è di tipo olistico,  centrato sulla persona come soggetto attivo di un processo di auto-orientamento in termini di processo di attribuzione di senso verso l’evoluzione riferita soprattutto alla sfera formativa e lavorativa e come   tentativo di governo efficace e consapevole  dei suoi momenti  più significativi, in termini di fronteggiamento e gestione dei processi psico-sociali che intervengono in momenti critici del ciclo di vita. In tutto questo, i consulenti di orientamento dovrebbero essere facilitatori del processo di orientamento e agenti del cambiamento individuale e sociale attraverso  l’uso di un ampio ventaglio di metodi e di strumenti. Uno di  questi strumenti è l’ascolto attivo. Con l’ascolto attivo è richiesta l’attivazione di una “comprensione empatica” rispetto a ciò che il cliente comunica in un rapporto tra cliente ed educatore cinofilo e questo consente all’educatore di comprendere la storia e il contesto che ha scaturito una determinata situazione. Inutile io credo porsi in termini di esperti e proporre soluzioni che possono essere anche molto distanti dal contesto in cui si trova inserito il cliente, che evidentemente già si rende disponibile ad accogliere l’intervento dell’educatore. Quello che conviene fare è mettersi nei panni (usando l’empatia e la capacità di ascolto attivo)del cliente e del cane, utilizzando le competenze che si possiedono, per mettere entrambi in una posizione di disponibilità al cambiamento, rendere desiderabile e possibile il cambiamento, proponendo un percorso di conoscenza e risoluzione della situazione. L’educatore cinofilo è chiamato ad assumere una posizione con doppia valenza, in quanto deve intervenire sia sulla persona che sul cane, condividendo competenze univoche in determinati momenti e riferite singolarmente alle due specie in altri momenti. Deve inoltre essere in grado di supportare sia la persona che il cane e consentire ad entrambi di entrare in relazione nel modo più corretto,  favorendo lo sviluppo delle necessarie competenze nella persona al fine di gestire e risolvere eventuali disagi o problemi. Si tratta di una professionalità alquanto variegata e complessa, dove l’amore per gli animali certo non è sufficiente a garantire la riuscita di un intervento.

In particolare l’empatia diventa sempre più importante e viene ridefinita in termini di modo di essere, seguendo la definizione rogersiana: significa accettare di stare nell’esperienza dell’altro, portare cura e presenza attraverso un ascolto completo che coinvolge pienamente la persona. In questi termini un modello di relazione empatica si pone come alternativa ad una scarsa capacità di ascolto, centrata sull’individualismo e sulla fretta di trarre delle conclusioni al posto dell’altro. L’empatia non è soltanto un processo comunicativo ma soprattutto un modo di essere che propone delle ipotesi di relazione e di interdipendenza in contesti decisamente più ampi della pratica di sviluppo personale. (Rogers, 1980)

Vediamo allora cosa significa Ascolto attivo. Innanzitutto vuol dire prestare molta attenzione al processo e non solo al contenuto. Poi bisogna interrogarsi e accertarsi che si stia ascoltando effettivamente il cliente invece di proiettare i propi sentimenti, quindi è bene ricordarsi che il problema, in realtà è del cliente e non nostro.

Può essere d’aiuto porsi alcune domande:

-          Che cosa sta succedendo? (attenzione al processo non solo al contenuto)

-          Sto ascoltando veramente il cliente o sto proiettando i miei sentimenti?

-          Di chi è il problema, del cliente o mio?

 

L’ascolto attivo si fonda sui tre elementi fondamentali: empatia, considerazione positiva, autenticità. L’ascolto attivo implica ascoltare il verbale, il non verbale e trasmettere la sensazione che stiamo ascoltando veramente. Se tutti questi requisiti sono soddisfatti, avremo quasi certamente la piena attenzione del cliente e soprattutto la sua fiducia, per cui potremo insieme costruire il percorso da seguire per risolvere il problema.

-Fine prima parte -

“Uno crede di portare fuori il cane a fare pipì mattina e sera .Grave errore: sono i cani che ci invitano due volte al giorno alla meditazione”(Pennac)

La prossemica e l’interazione

Durante i nostri incontri con i cani, il primo obiettivo è stato quello di farci accettare dai cani come individui non pericolosi, ma capaci di rispettare le loro esigenze  e disponibili a socializzare. Il momento di “incontro” con un cane è sempre un momento importante che in alcuni casi può determinare la qualità del rapporto tra quella persona e quel cane, in altri casi può influire sulla percezione da parte del cane, del  grado di rischio ad avvicinarsi o lasciarsi avvicinare da una persona,  può influire sulla percezione della natura delle interazioni con le persone, che possono essere così vissute come piacevoli, interessanti, utili, rischiose, minacciose, etc…

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Avendo a che fare con cani che hanno trascorso molto tempo in un rifugio, chiusi in un box, dove le interazioni con le persone sono molto limitate o quasi assenti, bisogna andare per gradi e consentire al cane di acquisire sicurezza e fiducia prima di avanzare qualunque pretesa o richiesta di contatto che possa in qualche modo eccedere la tolleranza  del cane. Si tratta di lasciare al cane il tempo  di studiarci un po’, di decidere liberamente se e come avvicinarsi, assumendo una postura che indichi al cane le nostre intenzioni pacifiche. In realtà si dovrebbe sempre fare attenzione alla propria postura e al proprio comportamento quando si incontra un cane. Anche con il nostro cane di famiglia accade di assumere comportamenti non proprio rispettosi, ma spesso queste “mancanze” ci vengono perdonate, un po’ come noi tolleriamo una certa invadenza tipica all’interno della vita familiare. Questo può esserci utile per riflettere e magari aiutarci a porci il problema la prossima volta che ci troviamo in una situazione di questo tipo.

Pensiamo a quando incontriamo qualcuno che conosciamo e che passeggia con un bel cagnolotto tipo labrador o un piccolo yorkshire…..  si sente una voglia irrefrenabile di strapazzare quell’essere peloso, morbidoso dall’aria un po’ buffa… senza pensare a cosa realmente farebbe piacere al cane e a come “domandare” al cane il permesso per prendersi certe libertà…….

Salutare o cercare di interagire con un cane magari  sconosciuto, portando la nostra mano al di sopra della sua testa mentre gli stiamo di fronte è un’abitudine molto diffusa  ma molto sbagliata, secondo il galateo del cane. Il cane risponde spesso alzando il muso e guardano la nostra mano, come dire “ma che vuoi? Dove ti avvii?” Può arretrare di qualche passo, può girare la testa, può mettersi a terra col capo tra le zampe se lo spaventiamo molto e queste sono alcune delle risposte cortesi da parte del cane per dirci  che non gradisce la nostra invadenza. In sostanza ci sta chiedendo di smettere, di fermarci.

Di solito il gesto  di accarezzare il cane sulla testa si accompagna ad una inclinazione del nostro busto sul cane, se di piccola taglia poi è anche peggio, con il risultato che, se ci va bene, il cane resta immobile qualche istante e poi si sottrae, oppure risponde come descritto sopra.  Se ci va maluccio(specie i cani di piccola taglia) comincia ad abbaiarci contro come se lo avessimo minacciato di morte, in realtà ci sta gridando qualcosa del tipo “non ci provare, scostumato!”….se ci va proprio male il cane cercherà di acchiappare la nostra mano con la bocca, come dire “non ce la faccio più, ho detto già mille volte che non tollero questa invadenza e maleducazione !”  Se arriva a questo punto di solito significa che tutte le altre risposte, quelle più cortesi, sono state ignorate per un certo tempo, così il cane procede per tentativi finché non trova un segnale che venga rispettato o comunque prova a difendersi.

Noi Siamo molto attratti da alcune parti del corpo del cane, una di queste è la sommità della testa. Ci piace poter accarezzare quella parte e diamo per scontato che piaccia anche al cane, ma non è così. In realtà quel gesto spaventa molto il cane, perché eseguiamo un comportamento e adottiamo una postura che per il cane ha significato minaccioso e molto poco rispettoso del galateo canino. Il cane accetta favorevolmente delle carezze sul retro della testa o all’altezza del collo da chi conosce bene, con cui ha un rapporto di intimità, come la sua famiglia e anche il quel caso, gradisce o tollera questi gesti soprattutto in alcune circostanze, come quando il cane è seduto o  al fianco del proprietario, il quale allunga una mano per accarezzarlo sulla nuca. Il cane in linea di massima non si sottrae anzi può gradire queste coccole e rilassarsi.

L’errore di chinarsi al di sopra del cane e allungare la mano cercando di toccarlo sulla testa  si manifesta in tutta la sua minacciosità soprattutto con i cani di piccola taglia che purtroppo sono spesso  condannati ad essere considerati isterici perché da sempre vittime delle prepotenze e della  indeducazione umana…..  Il fatto è che con i cani di piccola taglia ci si prendono delle libertà e si adottano comportamenti  che con altri cani non si pensa proprio a fare , a causa appunto della loro piccola taglia. Li vediamo come piccoli e quindi limitati nella loro capacità di aggredire e far male, così li trattiamo non da cani ma da pupazzetti cibernetici…. Magari con urletti e versetti ad alta voce, occhi spalancati e se siamo distanti gli andiamo contro diretti e decisi, questi atteggiamenti  hanno l’effetto di spaventare molto il cane.  Ebbene, al di là della taglia del cane, ciò che egli prova resta invariato rispetto ad alcuni contesti, anzi un cane di piccola taglia soffre molto di più una situazione stressante e invadente, perché per arrivare a portare la mano sulla sua testa ci dobbiamo piegare sul busto parecchio , con il cane praticamente sotto di noi, cosa che terrorizza il cane, il quale proverà a sottrarsi e difendersi da quella minaccia così spventosa.

Il fatto è che con questo semplice gesto noi annulliamo non una  ma più  elementi che stanno alla base di un corretto approccio con il cane secondo le regole sociali che poi vedremo non riguardano affatto solo i cani.

Altro elemento infatti  che puntualmente non rispettiamo quando ci avviciniamo ad un cane è la prossemica, cioè la distanza sociale tra noi e il cane. Per dargli una bella carezza sulla testa per forza dobbiamo pressoché annullare tale distanza, invadendo lo spazio sociale e spesso quello individuale del cane. Per noi esseri umani è la stessa cosa, se qualcuno, magari uno sconosciuto,  ci viene incontro e invece di presentarsi offrendo la mano ci si butta al collo, ci accarezza in testa e sul viso e ci bacia in fronte, non credo che sia proprio gradevole e se la persona per qualche motivo ci è gradita, pensaremo quanto meno che è invadente e inopportuna. Se poi neanche ci piace, perché ha un brutto aspetto, magari un cattivo odore….  secondo voi cosa succede? Io credo che cercheremmo di allontanarci il prima possibile, cercando di stabilire e mantenere una certa distanza anche dopo, giusto?  Ebbene, il cane fa esattamente la stessa cosa. Il cane vive un mondo di odori, di suoni…. Se si invade lo spazio individuale del cane con i propri odori, gesti, etc il cane vorrà solo allontanarsi e immaginate un cane (magari di piccola taglia) che viene costantemente avvicinato in questo modo, dove la maggior parte delle persone cerca di toccarlo…. Dopo un pò di tempo quel cane inizierà a stare sulla difensiva ogni volta che qualcuno si avvicina, come tentativo disperato di evitare l’ennesimo approccio invadente.

Provate voi a salutare una persona appena conosciuta con una carezza dietro la testa, un abbraccio bello forte, una sberletta sula guancia…. O meglio ancora, stendetevi a terra, a pancia in giù, alzate la testa verso l’alto e chiedete a qualcuno di venire da voi come foste un bel cagnolino, quindi con il busto piegato, sorriso a 32 denti, vocina squillante, mano tesa sopra la testa….. vediamo cosa provate mentre questo strano essere cercherà di accarezzarvi in testa!   Siamo esseri umani, parliamo la stesa lingua, possiamo esprimere ciò che sentiamo eppure se qualcuno ci facesse una cosa del genere rimarremmo almeno un attimo perplessi e penseremmo che il tipo che ce lo ha fatto forse non sta bene o che non è molto educato.

Ma qual’è allora il modo corretto di avvicinarsi ad un cane? Ebbene, i cani sono molto cortesi tra loro e rispettano molto le distanze e tengono molto a chiarire le loro intenzioni quando si avvicinano, iniziando anche da lontano. Fanno delle curve, a volte si fermano e osservano, abbassano la testa e annusano a terra…. Sono alcuni dei comportamenti che  i cani assumono per comunicare all’altro cane le loro intenzioni. Sono definiti “segnali di calma” perché appunto lo scopo è comunicare intenzioni pacifiche, o volte a calmare l’altro (ma anche se stessi in determinate circostanze). Anche per questo motivo è bene utilizzare pettorina e guinzaglio abbastanza lungo da consentire al cane di muoversi con sufficiente libertà e poter comunicare al mondo il proprio stato. Quando una persona si avvicina ad un cane, dovrebbe  avere l’educazione di non avvicinarsi di corsa, evitare di mettersi di fronte scegliendo il fianco se possibile, quindi stendere una mano aperta verso il basso e lasciare che il cane annusi, senza fissarlo negli occhi e usare vocine squillanti. Se il cane è piccolo ci possiamo abbassare di fianco e lasciare che il cane ci annusi.  Se il cane è tranquillo e non si allontana, possiamo provare a fare una leggera carezza sulla spalla. Poi ci regoliamo in base all’atteggiamento del cane, che potrà decidere di non volere le nostre attenzioni, comunicando la sua volontà allontanandosi da noi oppure potrà trovare le nostre carezze interessanti, quindi ci farà capire scodinzolando e restando a noi molto vicino che possiamo interagire ancora con lui, con calma e discrezione. Non ci dobbiamo permettere di prenderci tutte le libertà che desideriamo, dobbiamo fermarci a ciò che il cane ci consente. Se invece il cane ci abbaia ci giriamo dandogli le spalle e ci allontaniamo un po’, sperando che anche il suo proprietario sia in grado di aiutare il cane a togliersi dalla situazione di imbarazzo e che i nostri segnali siano condivisi dal cane.

Il cane è un soggetto che prova emozioni e sentimenti, quindi è inutile adottare sistemi basati su presunte dominanze da grande macho o pensare al cane come un bambino handicappato. Il cane ha una sua propria natura e una sua dignità, che pretende rispetto e in cambio ci offre la sua massima disponibilità, affetto e comprensione. Rimuovere i sentimenti e i bisogni del cane per ignoranza e pigrizia significa ridurre il cane a qualcosa di misero e viverne il 5% del potenziale. Assumere un atteggiamento responsabile, essere rispettosi e ricercare una relazione equilibrata significa invece poter godere di un compagno di avventure sorprendente, che finché vivrà sarà al nostro fianco,rendendoci persone migliori.

L’amore per un cane dona grande forza all’uomo. (Seneca)

Secondo giorno con i nostri nuovi amici, che gran bel giorno!!!

Nonostante il tempo fosse stato piovoso le ore precedenti decidiamo di andare perché è un appuntamento  importante a cui teniamo moltissimo e  sappiamo quanto sia gradita la nostra visita ai cani. Per fortuna poi il tempo è stato clemente e ci ha donato anche qualche raggio di sole.   Il fatto è che quando andiamo al rifugio ci sentiamo come tre adolescenti che escono per un grande appuntamento e quando andiamo via, quando proprio non è più possibile restare perché è buio e abbiamo fatto tutto quello che ci eravamo riproposte, siamo stanche ma abbiamo un sorriso enorme sul viso, ci sentiamo bene e non vediamo l’ora che arrivi l’appuntamento successivo. Condividiamo così tutto il meglio. Il nostro approccio con  i cani, i principi metodologici, ma anche lo spirito e l’umore è lo stesso.

Al secondo incontro i nostri nuovi amici a 4 zampe ci hanno subito riconosciute, abbiamo potuto lavorare con loro con pettorina e guinzaglio lungo, abbiamo passeggiato insieme, ci siamo rilassati e abbiamo fatto sia attività ludiche che cognitive.  Abbiamo anche aggiunto un paio di nuovi amici al gruppo e nel prossimo futuro con il supporto di altre due colleghe potremo fare ancora di più. Purtroppo nonostante tutti nostri sforzi alcuni cani sono molto provati dalla loro permanenza in rifugio, hanno probabilmente oltrepassato il loro limite di gestione dello stress e si stanno lasciando andare. Per loro speriamo di trovare quanto prima una sistemazione anche se non avremo terminato tutto il percorso che abbiamo stabilito, ci siamo rese conto che sono tutti cani molto tranquilli ma molto stressati e spaventati.

La cosa importante resta il fatto che questi cani si stanno dimostrando davvero speciali. Presto li porteremo a spasso anche fuori, così da avere modo di accompagnarli in una esperienza che per alcuni di loro potrebbe essere del tutto nuova. Il nostro impegno è finalizzato a rendere questi cani adottabili da famiglie responsabili e intanto ci assicuriamo che stiano bene e che siano in grado di relazionarsi serenamente con le persone.  L’evento del giorno è stato comunque l’utilizzo della pettorina, che al primo incontro non avevamo utilizzato quasi per niente, ed è stata una rivelazione! Tutti i cani sono stati perfetti, nessuno ha mostrato segni di stress dovuti alla pettorina,anche se non ne  avevano mai indossata una!

Per noi l’utilizzo della pettorina e di un guinzaglio lungo 3 mt (che si accorcia a 1,5 mt per la città) è molto importante.  Sappiamo quanto invece sia diffuso l’uso di altri strumenti, al fine di contenere il cane invece che di promuovere un sano rapporto collaborativo tra noi e lui durante la passeggiata e allora proviamo a spiegare il nostro punto di vista.

Ci sono molti modi per spiegare una cosa, io credo che l’appello al buon senso e l’analisi delle proprie motivazioni siano d’aiuto per cercare di capire perché si fa una scelta al posto di un’altra. A volte non pensiamo a certe cose semplicemente perché non rientravano nella nostra sfera di conoscenza o magari nessuno ci aveva posto il problema in quell’ottica. Ad ogni modo, quello che alla fine fa sempre la differenza, è l’interesse di una persona verso qualcosa, in termini di spinta, intensità, natura.  .  Così ci sono persone che hanno un cane perché pensano che sia un buon modo per rivendicare il proprio senso di insicurezza, chi lo fa per caso, chi lo fa per curiosità chi per amore verso gli animali…. In teoria queste persone avranno una diversa gestione della propria vita col cane e quello che poi farà la differenza, sarà il modo in cui ciascuno si porrà nei confronti del cane.

Posso andare in un negozio e attrezzare casa come fosse arrivato un essere che non è un bambino ma di certo non è un cane. Posso andare dall’addestratore di tendenza della mia zona e provare a diventare il super macho che non mi sono mai sentito di essere o posso pormi in una condizione di osservazione, di ascolto e invece di fermarmi a quello che sembra ovvio, scontato,  se in cuor mio (ecco cosa fa davvero la differenza) sento che ci deve essere un altro modo ,che non può essere tutto lì, che qualcosa non va…. Allora mi metto alla ricerca dell’alternativa, uso il mio senso critico, osservo, leggo, provo…..

Ciascuno ha una diversa capacità di amare se stessi e di porsi verso il prossimo, ciascuno ha bisogno di soddisfare determinati istinti e bisogni che non sono sempre molto lusinghieri benché umani… ma  a volte accade che semplicemente non ci si accorga che esiste un modo di vivere il cane che è semplice, naturale, divertente, rilassante….. ma obbliga a porci delle domande, a metterci in gioco e ad avere pazienza. La cosa bella  di questo diverso “punto di vista” è che quando hai un dubbio, basta che tu ti metta nei panni del cane per farti un’idea sulla correttezza di un’azione che stai per compiere.  Quello che serve è l’empatia ed è contagiosa, per fortuna.

Il secolo scorso si pensava che per educare un bambino bisognasse utilizzare bacchette, occhi duri, sculacciate, ceffoni e quant’altro. Le punizioni erano ovvie se il bambino non si comportava secondo le regole stabilite e si aveva una visione alquanto rigida dei bisogni, delle motivazioni e in sostanza del concetto di sviluppo del bambino. Tutto era basato su un concetto di disciplina (vi ricorda qualcuno?)

Oggi, parlando di cani, viviamo una situazione in cui convivono diversi approcci, ma quelli che riscuotono maggiore successo sono due: quello dei cosiddetti “metodi gentili” che risalgono agli anni ’80 più o meno, dove di gentile in realtà c’è ben poco perché i principi sono molto simili a quelli che si usavano con i bambini lo scorso secolo, (fino agli anni 60-70 con un certo successo e talvolta  molti danni). In sostanza non si riconosce il fatto che il cane abbia delle motivazioni proprie, dei bisogni, che provi emozioni e sentimenti e in ogni caso, ogni motivazione e comportamento va disciplinato secondo ciò che il PADRONE ritiene sia desiderabile, corretto e rispettoso delle PROPRIE regole. Il cane è vissuto come essere che risponde ad uno stimolo, positivo o negativo. Tutto sta nell’apprendere ad usare gli stimoli e insistere finché il cane non risponde come noi desideriamo. Non ha scampo.  Tutta la storia è basata sull’obbedienza. Il cane è quel coso che DEVE stare in un certo posto finché noi non decidiamo che si può muovere, il cane deve obbedire perché sono io che comando.  Se fa ciò che gli ordino sarà premiato ,se non lo fa… eh! Sono guai! Significa che il  cane non rispetta il PADRONE…. Tutto questo discorso ovviamente prevede l’utilizzo del collare che come qualcuno dice bisogna saper usare… e certo! Se il cane tira, strattone! Se il cane non ascolta, strattone! …e intanto il collo del cane se ne va a farsi benedire….. e che ci piaccia o no, anche il suo rispetto verso di noi, perché anche per il cane la reciprocità è un fattore importante.  Ma provate a mettere voi un collare e chiedete a qualcuno di fare due passi con voi…. Provate cosa significa e analizzate come vi siete sentiti in quel momento. Quello che prova il cane è anche peggio, perché per lui potrebbe essere così a  vita……  C’è gente che utilizza certi metodi come collari a strangolo e maniglie perché altrimenti il suo cane neanche si accorgerebbe che esiste, perché il suo cane non desidera affatto stargli accanto. Perché  almeno il cane dovrà fare quello che dice lui…..  Se la paura di “essere fregati” è tanto forte, forse sotto sotto non ci sentiamo così forti e intelligenti, dominanti e grandi leader…. Forse il cane ci serve proprio a riscattare quella posizione ambita… della serie almeno un cane mi starà a sentire e farà quello che dico io!  Oh! Aggiungerei poi per coloro che magari non hanno la sindrome del macho ma hanno comunque il problema del cane che tira etc. che non essere in grado di gestire una situazione, non significa che sia lecito passare alle maniere forti e il non sapere utilizzare uno strumento come una semplice pettorina, non significa che quello strumento non sia valido. Lo stesso vale per i collari? Eh no perché in quel caso si producono danni anche seri a livello fisico e comportamentale, come descritto qui di seguito:

I danni del collare a strangolo:

- Lesioni ai vasi sanguigni dell’occhio  -  Danni a trachea ed esofago –  Gravi traumatismi della colonna cervicale

◦- Svenimenti   –  Paralisi temporanea delle zampe anteriori  -  Paralisi del nervo laringeo -  Atassia degli arti posteriori

L’analisi dei danni causati dal collare a strozzo ha mostrato che alcuni cani presentavano una dislocazione vertebrale mentre altri avevano subito danni permanenti ai nervi. Ancora, una condizione chiamata sindrome di Horner, talvolta causata da traumatismi del collo, provoca disturbi agli occhi e paresi facciale.

I difensori del collare a strozzo spesso ne consigliano l’uso sui cani fin da giovane età. Al contrario proprio sugli animali giovani vi è un maggior rischio di lesioni gravi e permanenti.

Si dimostra pertanto che tale metodica si rivela non solo controindicata ai fini dell’educazione del cane, ma concretamente pericolosa.”

Riferimenti bibliografici:
1.Hallgreen A., 1992 ” Spinal anomalies in dogs” ABCN 9 (3), 3-4
2. Miles,S. 1991 “Trainers and chokers. How dog trainers affect behaviour problems in dogs” Veterinary Clinics of North America:Small Animal Practice – Vol.21 n.2 Marchi
Riferimenti bibliografici:

1.Hallgreen A., 1992 ” Spinal anomalies in dogs” ABCN 9 (3), 3-4

2. Miles,S. 1991 “Trainers and chokers. How dog trainers affect behaviour problems in dogs” Veterinary Clinics of North America:Small Animal Practice – Vol.21 n.2 Marchi

Tratto da www.asetra.it

Ma con la pettorina, cosa cambia?

Prima di tutto avremo un aspetto meno macho, soprattutto se  abbiamo un pitt bull, un pastore tedesco o un bel molossoide… e se superiamo lo shoc, scopriremo tante cose interessanti……

Bisogna dire che insieme alla pettorina è necessario munirsi di altro strumento importante, il guinzaglio. Per guinzaglio non si intendono quelle malefiche maniglie cortissime che obbligano il cane a starci azzeccati alla coscia. Notizia del giorno, ad andare in giro così non fate bella figura, perché il primo che incontrate che ha una vaga idea di come è fatto un cane, potrebbe storcere il naso e pensare che siete dei poveri bastardi (voi e non il cane) e sa che state soffrendo (anche se non come il vostro cane) perché camminare con una maniglia attaccata al collo del cane che intanto tira non è gradevole, però l’avete scelto voi.

L’alternativa? Eccola! Una bella pettorina ad H e un guinzaglio lungo 3 mt che all’occorrenza si accorcia ad 1,5 mt. In questo modo avrete un cane che potrà annusare in giro (che non è un reato) potrà camminare avanti o dietro a voi, che non significa che avete perso il comando generale…..

Inoltre con la pettorina e un guinzaglio adeguati, potrete fare una cosa nuova. Comunicare con il cane, rendervi conto di ciò che accade intorno e vivere con il cane, invece di portare in giro un sacco di patate….

Ecco una descrizione accurata dei benefici della pettorina, tratti dal sito ThinkDog:

1. Non strozza                2. Non strattona             3. Rafforza positivamente il rapporto tra cane e conduttore

 

 

 

 

 

 

L’etologia canina è arrivata alla conclusione che il collo del cane riveste un ruolo di fondamentale importanza nell’ambito del comportamento sociale.Se mettiamo al nostro cane il tradizionale collare, ci troveremo immediatamente in una situazione di precarietà: il cane percepisce, infatti, ogni tiro e strattone come gesto di estrema minaccia.I cani usano la presa al collo per procurarsi il serio rispetto dei loro simili. Noi umani usiamo lo strattone al collo col guinzaglio in modo inconsapevole e spesso anche come provvedimento educativo, vale a dire come rinforzo negativo. Il cane però non riesce a capire il significato di questo gesto, perché i cani tra loro non si educano alla condotta del guinzaglio. Con ogni tiro e strattone al collo il cane si pone la domanda del rispetto, che però rimane senza risposta, dato che noi umani non ci rendiamo neanche conto dell’effetto sociale di questo provvedimento per il cane. A questi nostri strattoni bruschi il cane reagisce in maniera tipica “da cane”: o impara col tempo ad ignorare il tiro al collo e a tirare sempre di più diventando quindi aggressivo, oppure ne rimane così impressionato e spaventato che pur di non provare questa spiacevole sensazione al collo, è restio ad andare in avanti. Questi impulsi vengono resi ancora più negativi e nocivi con l’uso di collari a strozzo, con aculei, muniti di elettroshock, ecc. Il collo può essere definito come una specie di “ricevitore”, una zona estremamente sensibile che recepisce gli impulsi sociali. Fortunatamente esiste la possibilità di salvaguardare il collo del cane, grazie all’aiuto di una pettorina. Questa evita gli effetti negativi procurati da un collare tradizionale ed a risparmiare al cane veri e propri malintesi sociali. Inoltre grazie alla pettorina si evitano danni alla salute del cane, soprattutto i danni fisici al collo ed alla colonna vertebrale, causati molto spesso dal continuo strozzare e strattonare il collo del cane. La pettorina deve poter essere adattata al fisico del cane, cioè regolabile in grandezza, ed avere una cinghia superiore – sulla schiena – ed una inferiore – sul petto. (In commercio ne esistono di vari tipi, anche di quelle che stringono le scapole se il cane entra in tiro => sconsigliate ! => rischio di danni fisici!).Solo la giusta pettorina non risolve completamente il problema del cane che tira al guinzaglio. Sarà anche il compito di noi conduttori ad abituare il cane fin da cucciolo a non tirare, per non dover poi faticare tanto a togliere questa brutta abitudine al cane adulto. Ed infine da non dimenticare: l’amore, la pazienza ed in particolar modo la coerenza.

Il vostro cane ha dei bisogni, che se non sono soddisfatti, procurano danni a lui e alla vostra relazione. Abbiate per lui lo stesso rispetto che vorreste per voi stessi e il vostro cane ve ne sarà grato. Se non sapere come approcciare, non andate dal mago ma rivolgetevi ad un bravo educatore, su questo sito ne troverete tanti, un pò in tutta Italia: www.thinkdog.it

 

Letture consigliate

Ascolta il tuo cane di Angelo Vaira, un Manuale che affronta tutti gli aspetti della vita e dell’educazione del cane,  consigliato a chiunque abbia un cane o stia pensando di adottarne uno. Trovate un link utile nella pagina “Bibliografia”.

Aiuto, il mio cane tira! Di Turid Rugaas, da leggere se volete saperne di più sulla condotta al guinzaglio se avete un cane che tira

Gli studi sopra riportati risalgono ad alcuni anni fa e da tempo sono divulgati su vari siti che si occupano di cinofilia. Gli studi in questione sono tutt’oggi validi e nessuno studioso ha mai messo in discussione i risultati delle ricerche condotte. Quello che viene detto e che si trova in rete in forma di consigli, metodi e quant’altro circa l’utilità del collare non ha alcun fondamento scientifico o medico, quindi attenzione!!!  Ma ripeto, provare per credere…. Se avete un collare e un guinzaglio chiedete a qualcuno di portarvi un pò a spasso, senza comunicare a voce il vostro disagio al vostro ” conduttore” siate pazienti come i vostri cani….  e buona passeggiata.

Al via il Progetto culturale cinofilo “sei passi alla volta”

Noi, gente con la coda, abbiamo dato via ad un progetto di lavoro con cani abbandonati, con l’intenzione di riabilitare questi cani alla vita sociale, cittadina, familiare e facilitare così la loro adozione. Il nome del progetto sta ad indicare il valore che attribuiamo alla relazione con il cane ed il modo in cui riteniamo sia opportuno porsi verso i nostri amici a 4 zampe, cioé al loro fianco. Sei passi alla volta si cammina e  ciascuno di noi lavorerà per essere considerato un buon amico, qualcuno di cui ci si può fidare, qualcuno su cui si può contare per riacquistare la fiducia perduta verso il mondo.

Abbiamo avuto la disponibilità di un rifugio dove questi cani vivono ormai da quasi un anno, in cui non hanno molte occasioni per socializzare con esseri umani che non sia la giovane gestrice della pensione, quindi il lavoro da fare non è poco ma siamo molto fiduciose.

Al momento siamo un gruppo di tre persone, che però sembra si stia già ampliando con l’ingresso di nuovi membri. Siamo tutte donne, educatrici in formazione o che hanno già terminato il percorso e in procinto di sostenere gli esami finali. Abbiamo in comune la passione e l’amore per i cani e il nostro riferimento culturale e metodologico è ThinkDog , una Scuola per Educatori Cinofili ma anche un mondo fantastico dove letteralmente si vive un mondo tutto nuovo legato ai nostri amici cani. Tutte  Condividiamo un approccio basato sul rispetto e la comprensione della natura del cane, dei suoi bisogni e dell’importanza di porsi nella giusta prospettiva.

Il nostro intento non è solo quello di portare sollievo a questi cani e di renderli disponibili e  pronti per le adozioni, quanto anche quello di avviare un cambiamento culturale sul territorio, perché finché le persone pensaranno al cane in un certo modo e si relazioneranno con esso di conseguenza, gli abbandoni, i maltrattamenti e tutto quanto ne deriva non diminuirà mai….  Così noi cercheremo con serietà e allegria di coinvolgere le persone, mostrando un modo diverso di intergire con il cane, che diventa compagno di vita e di avventure. Seguiteci in questa avventura, non mancherà occasione per una risata, qualche volta forse anche una lacrimuccia ma sarà l’ottimismo a guidarci e si sa quanto possa essere contagioso…….

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